Come scompare una cosa, doppia personale che riunisce la ricerca fotografica di Sophie-Anne Herin e quella scultorea di Hetty Laycock in un dialogo tra materia e immagine, presenza e assenza, fragilità e forza. Un dialogo che non cerca la fusione, ma la conversazione: due autonomie che interrogano le stesse soglie attraverso linguaggi differenti.
In mostra sarà esposto un ciclo di fotografie di Sophie-Anne Herin con cristallizzazioni di sale e le sculture di Hetty Laycock realizzate in vetro, bronzo, porcellana, cotone e altri materiali.
Il lavoro fotografico di Sophie-Anne Herin nasce da una crisi della visione: non una difficoltà nel vedere, ma l’impossibilità di stabilire una relazione stabile con ciò che si vede. Le immagini continuano a essere presenti, ma diventano progressivamente inaccessibili. Da questa instabilità, la perdita, il lutto e il disorientamento si traducono in una luce che satura invece di illuminare, in forme che vacillano e in spazi che disorientano invece di orientare.
“Il sale percorre questo lavoro come elemento metaforico che corrode mentre conserva, preserva mentre distrugge. È il principio che non risolve la contraddizione tra conservazione e perdita, ma la abita — come la fotografia stessa, che è sempre un questo è stato, un atto di conservazione che porta dentro di sé la morte di ciò che ritrae. Da quel nero, qualcosa emerge.” (Sophie-Anne Herin)
Anche la presenza del cavallo, unica presenza non umana della serie, introduce una relazione fragile: l’animale è presente ma inaccessibile, non promette di essere compreso e non restituisce lo sguardo nel modo in cui ci aspettiamo. A questa ricerca si affianca quella di Hetty Laycock, la cui pratica nasce da un
continuo dialogo con la materia e i luoghi. La materia è per l’artista una forma di collaborazione, dotata di un grado di autonomia che le permette di determinare, reindirizzare o resistere alle sue intenzioni. Attraverso processi in cui ogni passaggio modifica e condiziona quello precedente, la trasformazione diventa il centro del lavoro, generando cicli di creazione, distruzione e
ridefinizione.
Il suo interesse per il tessile è un modo di pensare attraverso le relazioni tra elementi, corpi e strutture. Fibre, fili, membrane e forme intrecciate trattengono tensione, si accumulano, si connettono e si trasformano attraverso il gesto e la manipolazione. Il filo diventa così modalità costruttiva e forma di pensiero, portando con sé una storia fatta di ripetizione, cura, lavoro domestico e
trasmissione.
Laycock traduce questo linguaggio in scultura contemporanea, trasformando il filo in porcellana. La sostanza fisica cambia, ma la memoria del gesto originario rimane impressa nella forma. Porcellana, cera d’api, bronzo, ceramica, vetro, elementi organici e fili di cotone e rame diventano materiali attraverso cui esplorare trasformazione e relazione, in uno spazio ambiguo tra l’organico e il
costruito, il fragile e il durevole.
Il dialogo tra le due artiste non cerca una fusione, ma una conversazione tra due autonomie che interrogano soglie comuni attraverso linguaggi differenti: fragilità e forza, corrosione e conservazione, accesso e sottrazione. In entrambe le pratiche, ciò che scompare non viene meno, ma lascia una traccia.
La mostra Come scompare una cosa non offre una risposta, ma la forma di un attraversamento: tra ciò che rimane e ciò che si sottrae, tra materia e immagine, tra presenza e assenza.



