BRIDGING N.1

Andrea Fogli

Dal 14 Febbraio all' 11 Marzo2026

Gallerie Riunite è lieta di ospitare il progetto espositivo BRIDGING con opere scelte di Gianni Dessì, Andrea Fogli e Ugo Giletta, a cura dello storico dell’arte e critico Lorand Hegyi.

Il titolo stesso suggerisce la volontà di superare i confini geografici per rintracciare una radice estetica comune. Non si tratta di una semplice mostra collettiva, ma di un confronto tra tre percorsi individuali per indagare la medesima condizione dell’uomo nel contesto socioculturale odierno.

Il progetto continua l’intento dell’Aragno Humanities Forum di creare connessioni immediate tra artisti italiani e dell’Europa Centrale favorendo uno scambio intenso e continuo di visioni estetiche, concezioni storiche culturali ed esperienze artistiche tra i protagonisti nei vari centri culturali e comunità artistiche. La serie di mostre “BRIDGING” propone da un lato esposizioni collettive che si concentrano su temi specifici riflessi dagli artisti partecipanti, provenienti da diversi paesi e contesti culturali. L’opera degli artisti italiani presentati in questa mostra rivela una profonda radicazione in vari discorsi culturali e contesti storico-artistici, che sembrano in parte legati alla rivisitazione delle tradizioni accademiche del tardo Rinascimento e del Manierismo, in parte alla cultura del Romanticismo e alle moderne questioni filosofiche, soprattutto l’Esistenzialismo e le riflessioni antropologiche.

Gianni Dessi e Andrea Fogli vivono e lavorano a Roma, dove hanno ricevuto la loro formazione accademica e continuato i loro studi estetici e filosofici. Ugo Giletta vive e lavora in Piemonte e risente maggiormente dell’influenza del pensiero di Nietzsche e della letteratura italiana del XX secolo, con un interesse rivolto all’allusione di questioni esistenziali e prospettive metafisiche. Tutti i tre artisti utilizzano differenti media per esprimere il loro discorso sullo stato esistenziale dell’artista come una micro-istituzione socioculturale. Anche il loro profondo interesse per la letteratura e la filosofia può essere spiegato dalla loro visione estetica generale, che comprende l’attività artistica come parte del contesto culturale complessivo, in stretta relazione con riflessioni filosofiche, antropologiche, sociologiche e storiche.


Il mare tra noi

Fiona Annis

Dal 29 Novembre 2025 al 31 Gennaio 2026

Galleire Riunite presenta la doppia personale di Fiona Annis e Luca Grechi “Il mare tra noi”, un dialogo tra due artisti dalle forti affinità poetiche.
Il lavoro di Fiona Annis si intitola “Corrispondenze”, un ciclo di opere nate da manipolazioni di pellicole fotografiche in camera oscura. Ogni opera si intitola “Lettere” seguita da un numero.
Luca Grechi, invece, presenterà dei lavori pittorici, frutto di un lungo processo di sovrapposizioni di colori in bilico tra astrattismo e figurativo.

Quanto proposto in galleria nasce dal dialogo intercorso tra Luca e Fiona in questi mesi, per la preparazione della mostra, che di seguito riportiamo:

Corrispondenza (Montréal <-> Roma)
F: Caro Luca,
Sono felice di dialogare con un pittore. Ti consideri un pittore?
Penso alle mie immagini come a dipinti piuttosto che a fotografie; più simili agli strati di un palinsesto che a un istante congelato. Sono curiosa di continuare la conversazione e di scoprire cosa ti sta a cuore nella tua pratica e quali sono i tuoi punti di riferimento.
Un caro saluto,
Fiona

L: Cara Fiona, un piacere tutto mio conoscere e approfondire il tuo lavoro.
Mi considero un pittore nel senso ampio del termine: indago le immagini con un pensiero pittorico. Anche lo spazio, lo vivo nel raccoglimento di un silenzio pittorico. Il tuo lavoro si avvicina a un processo che si modifica nel tempo di uno sguardo, fino a trovare un equilibrio.
Vive di uno scatto immediato?

L: Cara Fiona, eccomi di nuovo.
Stavo rivedendo il portfolio con alcuni dei lavori che esporrai per l’occasione: sono bellissimi, soprattutto le composizioni dei bianchi e neri, le sfumature che si vanno a creare e a decidere gli spazi. Sono molto forti. Il fatto che una volta stampati non puoi rimetterci le mani, se mai dovessero esserci dei ripensamenti pittorici, come ti fa sentire? Devi avere la decisione molto chiara. Questo avviene nel processo o sono delle immagini che hai molto chiare fin da subito?
Lettere nel titolo sta per una corrispondenza? O è un alfabeto?
Nel caso, sarebbe bello fossero lettere. Anche io in passato ho intitolato delle opere come se fossero delle lettere indirizzate ai fiumi, al paesaggio, ai laghi, al mare, ecc.…

L: Dal momento che ho visto i lavori che esporrai, ti aggiorno sul mio work in progress.
Sto capendo se alleggerire tutto oppure lasciare questo contrasto, secondo me starebbero molto bene con i tuoi lavori bianchi e neri.

F: Caro Luca,
È una gioia ricevere la tua risposta. Trovo che questa corrispondenza sia uno sguardo dritto sul tuo mondo, reso attraverso le domande che poni, le riflessioni che offri e le immagini dei lavori in corso che condividi. Sono curiosa di saperne di più su ciò che descrivi nel tuo messaggio precedente. Quando hai risposto alla domanda se ti identifichi come pittore, hai fornito una visione non solo dell’atto in sé, ma anche di quella che interpreto come un’esperienza più ampia. Ad esempio, quando dici: “Anche lo spazio lo vivo nel raccoglimento di un silenzio pittorico.” Puoi approfondire questo aspetto?
Per tornare alla tua domanda se il titolo “Lettere” si riferisca alla corrispondenza o all’alfabeto, confermo che si tratta della corrispondenza. Questa serie è stata realizzata in un contesto in cui sono stata invitata a rispondere all’eredità del pittore astratto hard-edge Guido Molinari (1933-2004). Come te, il mio lavoro non trova naturalmente una correlazione ovvia con questo stile di pittura. Per raccogliere questa sfida, ho deciso di incorporare lo strumento distintivo dell’hard-edge, il “mascheramento”, per creare queste composizioni. Ad esempio, un pittore che usa questa tecnica userebbe solitamente del nastro adesivo per delineare la composizione e separare chiaramente i campi di colore. Nel mio caso, ho utilizzato etichette adesive postali e, poiché il mio processo fotografico è di natura liquida, ha completamente permeato la maschera creando composizioni dai contorni estremamente morbidi. In breve, i materiali e lo spirito di un dialogo attraverso il tempo e lo spazio hanno ispirato il titolo. Mi spiace se divento piuttosto tecnica. Mi piacerebbe approfondire le tue poesie “Lettere ai fiumi”, “Lettere ai laghi”, “Lettere ai mari”. Puoi dirmi qualcosa di più al riguardo? Come si inizia? Può essere un lago qualsiasi o un lago specifico? Come ci si rivolge al mare? Trovo che la palette che stai sviluppando in queste nuove opere sia incredibilmente forte. Si tratta di un territorio familiare o nuovo per te?

L: Cara Fiona, ho riletto più volte la tua e-mail e mi sono preso un po’ di tempo per rispondere.
Non ti devi dispiacere, piuttosto ti ringrazio di alcuni dettagli che hai condiviso sui lavori del portfolio in allegato (esattamente quelli di cui parlavo). Mi piace molto come hai risolto l’incontro tra l’impossibilità della linea, ma parlando di essa ci sono spazi precisi che si aprono e mantengono una volontà di immaginare, una casualità. Riguardo le opere di cui ti parlavo, “lettere ai laghi, fiumi” ecc., qualche anno fa ho iniziato ad immaginare alcuni dipinti indirizzati a qualcosa, come un fiume. Quest’anno in particolare ho lavorato molto su degli acquerelli dedicando degli scritti al mare, al lago, ecc. partendo con “Caro mare”, “Caro fiume” …
Molto bello questo rapporto che non conoscevamo, ci avvicina ancora di più.
Tornado alla mostra per Napoli, questi lavori sono alla ricerca di qualcosa di nuovo, di più concreto. Anche pensando al tuo lavoro e riflettendo su alcuni stimoli della Galleria, incuriositi da alcuni miei lavori su questa linea, ho deciso di sperimentare questo nuovo contrasto dove il sentiero tra astrazione e naturalismo sia più individuabile ma, come ti dicevo, ancora si tratta di un work in progress. Presto ti manderò anche alcuni studi su piccolo formato che vorrei presentare per l’occasione. Sicuramente una volta che avremo più immagini sotto gli occhi, sarà più semplice pensare a un titolo per la mostra. Riconosco una certa sensibilità tra noi, mi tornano in mente alcuni tuoi lavori grandi sui rossi.
Tornando alla tua domanda sullo spazio, mi piace pensare che in un luogo le cose trovino il loro posto, seppur temporaneo. Ma in una totalità dove l’insieme apre una nuova possibilità di rapporto con le opere nello spazio, mi succede che le vedo per una nuova prima volta. Il passaggio non è sempre descrittivo o narrativo ma delle volte più mentale. Quanto ti ispira il processo del tuo lavoro?

F: Caro Luca,
L’opera vive, respira e mi muove, animando i miei pensieri e il mio ritmo.
Sono d’accordo, un titolo emergerà insieme alle immagini. Non vedo l’ora di scoprirlo quando sarà il momento giusto.
Il mare tra noi.

L: Cara Fiona, buongiorno
Vivendo questo movimento interno sul mio lavoro capisco benissimo lo stato d’animo, dove diversi suoni ne fanno parte, silenzio e rumore, felicità e disperazione, intuizione e decantazione.
“Il mare tra noi”, un bellissimo stimolo per la ricerca di un titolo.
Sto lavorando su degli interni, sulla luce, sul paesaggio e sulla macchia che diventa fiore oppure no. A breve ti manderò qualcosa.
“Aspettando il titolo il mare tra noi”


Mise en abyme

Tommaso Ottieri

Dal 24 Settembre al 22 Novembre 2025

Gallerie riunite ospita la nuova mostra di Tommaso Ottieri “Mise en abyme” (messa in abisso), dal 24 settembre al 22 novembre negli spazi della galleria.

Sarà presentato un ciclo di opere inedite, ispirate all’espediente narrativo della figura retorica della mise in abyme.

Secondo l’espressione usata inizialmente da André Gide nel corso di una narrazione, compare la reduplicazione di una sequenza di eventi o la collocazione di una sequenza esemplare, che condensi in sé il significato ultimo della vicenda in cui è collocata e a cui rassomiglia.

A volte apparentemente casuale, un piccolo elemento condensa tutto quello che l’opera rappresenta, sotto forma di inciso o addirittura di metafora.

Nell’arte figurativa questo può intendersi come un frammento dell’immagine nel quale lo spettatore può letteralmente scivolare in un “abisso”, qui sotto forma di flash istantaneo, e ricevere l’intera poetica e sinossi del dipinto, anche in maniera inconsapevole.

Di seguito alcune osservazioni dell’artista:

“Nei nuovi lavori interseco interni e vedute prospettiche per rafforzare il legame da sempre presente nella mia pittura tra valore estetico del costruito e valore etico dell’umano

Gli interni sono per lo più un vuoto intimo ed hanno una illuminazione soffusa. Gli esterni hanno la sontuosità del pubblico e sono altrettanto deserti: il convincimento sotteso ai dipinti è che i due vuoti siano di natura diversa”

Poi descrivendo i lavori di ispirazione surrealista, aggiunge:

“Un oggetto fuori contesto è il meccanismo per eccellenza che attiva una visione surrealista. Tra le nebbie di boschi montani o tra onde impetuose di tempeste notturne immagino oggetti sfavillanti di luce. È una visione molto semplice eppure molto potente”.

Nelle opere presentate in questa mostra, Ottieri oltre a lavorare con sapienza la luce, sigla esclusiva di tutte le sue opere, evocherà nello spettatore, tramite dei particolari dell’immagine, degli spunti narrativi, che ognuno interpreterà secondo le proprie suggestioni.


LAVA

Bosoletti

Dall'8 Maggio 2025 al 18 Luglio 2025

Gallerie Riunite ospita la mostra personale “LAVA” di Bosoletti, che inaugurerà giovedì 8 Maggio 2025. In occasione di questa nuova mostra a Napoli, l’artista argentino presenterà 33 nuove opere dipinte con tecnica mista su tela.

Di seguito riportiamo il suo testo:

“C’è qualcosa di romantico nella scoperta delle opere di arte antica. Si entra in una chiesa abbandonata o bruciata o crollata, in un palazzo in rovina, in uno scavo archeologico. E si tira fuori qualcosa di sepolto. Dal tempo. Non dall’uomo. Un piccolo dipinto, un piccolo scheletro, che non si capisce subito cosa sia. Ecco Pompei sotto la lava. Memorie non scritte, potenza del fiato del Vesuvio, impressa in negativo nella materia. Segni sottratti al controllo degli uomini. Storia naturale che sovrasta i mortali. In queste decadenti rovine i corpi umani sono carne, che Bosoletti dipinge con una sorta di ricorsiva ossessione, un’insistenza barocca sulle luci e le ombre sublimata fino a perdere il contatto con il soggetto stesso del dipinto. Prevale la necessità di lavorare le immagini non per rappresentare la realtà ma questo modo di essere della realtà, desolato, frammentato, irrimediabilmente rovinato. Il negativo diventa un calco che restituisce un’assenza. Per occhi abituati a mirare i campi vuoti e sconfinati della pampa argentina, la sovrabbondanza del patrimonio italiano e la sua decadenza sono il punto di partenza di una pittura che testimonia, nell’estetica e nella tecnica, il passare del tempo. Un omaggio che non indulge alla bellezza, anzi la devasta volutamente con un gesto che è anche una protesta contro le differenze sociali aberranti su cui, oggi come nel passato, certa grandezza, certi palazzi, sontuosi prima di essere sfatti, sono stati costruiti. Lava è una parola napoletana, indica lo scorrere di grosse masse. Di acqua, di fuoco, di terra. Anche il tempo scorre. Reimmaginare il passato e portarlo alla luce di nuovo, in certo modo distruggendolo, è come scendere nell’antro e riportare una forma scomparsa sulla superficie di un quadro.”


⻝ SHI ⾊ SE 性 XING 也 YE “Il desiderio di cibo e bellezza fa parte della natura umana”

Runo B

Dal 27 Febbraio 2025 al 24 Marzo 2025

Gallerie Riunite ospita la mostra bi-personale degli artisti Filippo Rizzonelli (Riva del Garda, 1991) e Runo B (Cina, 1992), che inaugurerà il prossimo 27 Febbraio 2025, e che prende il proprio titolo in prestito dalla millenaria cultura cinese.

Shí sè xìng yě. Questo antico adagio, opera del filosofo confuciano Gao Zi (ca. 372-289), risale infatti al IV secolo a.C. Con soli quattro ideogrammi si delinea qui una prospettiva per osservare e vivere il mondo: naturalmente l’essere umano intende nutrirsi di bellezza, sia essa materiale o immateriale.

Un fondamentale bisogno di sostentamento – il cibo/⻝ (Shí) – si intreccia a doppio nodo con un altrettanto basilare desiderio, che a tratti può manifestarsi fatalmente nei termini di una tensione sessuale: la ricerca della bellezza – ⾊ (Sè)–, tutto ciò “in effetti” – 也 (Yě) – attraverso un movimento innato alle e delle cose, ineludibile, intrinsecamente “naturale” – 性 (Xìng)–.

La bi-personale dei due artisti – nati e cresciuti a grande distanza tra loro, ma legati da un decennale vincolo di amicizia, risalente ai tempi dei comuni studi conseguiti presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia – si presenterà quindi come un connubio di pulsioni e riflessioni sul tema, come un dialogo incrociato composto di traduzioni e tradimenti della propria cultura e soggettività, come un gesto di sincretico amore per la vita che vale la pena di essere vissuta, naturalmente.

Runo B porterà negli spazi di Gallerie Riunite una decina di opere recenti: ceramiche smaltate, che – con la propria sontuosa vitalità cromatica – sapranno sapientemente ricollegarsi alla tradizione partenopea.

Una tradizione tanto materiale – il media ceramico, opportunamente prescelto, è infatti da millenni fonte di ornamento e sostentamento estetico, alle pendici del Vesuvio, ma non solo – quanto immateriale. Attraverso essenziali giochi di forme e segni Runo B scherza con lo spettatore, alludendo al celebre piacere dello “stare a tavola e godersela”, tipicamente italiano, se non propriamente napoletano. Tutto ciò, senza rinunciare a confrontarsi con il nostro presente, attraverso la sua personale e particolare sgargiante prospettiva.

I soggetti iconografici privilegiati dall’attuale ricerca dell’artista sono infatti i riders. Durante la pandemia, e a causa del conseguente confinamento domiciliare, questa particolare categoria di lavoratori è stata una delle poche a poter circolare “liberamente” per le strade delle nostre città, trasportando beni essenziali per la vita quotidiana. Nel 2020, per la prima volta, i riflettori si sono concentrati su di loro, rendendo evidente a tutti l’esistenza e la diffusione di questa professione. Tuttavia, i riders nei dipinti di Runo B non sono rappresentati in modo realistico: hanno pungiglioni d’ape, si trasformano in macchinici e novelli centauri, cavalcano scooter simili a tavole da surf, oppure si amalgamano con motociclette dalle morbide gomme, abbandonando la città per dirigersi verso i campi e le montagne, senza più fare forse ritorno.

Nell’intersezione tra antico ed attuale, tra oriente e occidente, tra tecnologico ed arcaico, Runo B si insinua, indaga e affronta il tema dell’esistere e del vivere nel tempo fuori dal tempo. Attraverso la decostruzione e la ricostruzione dei simboli – reificati tanto attraverso le loro più banali apparenze nel quotidiano, quanto dalle più alte immagini della cultura codificata nelle forme delle Belle Arti – Runo B scherza con il fuoco. Così, letteralmente, ciò che ne consegue sono una serie di ceramiche. A dir poco sorprendenti.

Per Filippo Rizzonelli questa mostra rappresenta un doppio ritorno: nella città partenopea, ma anche presso Gallerie Riunite. É infatti del 2021 la sua mostra personale “Custode silenzioso”, ospitata dagli e negli spazi di Via Cavallerizza a Chiaia. Per “Shí sè xìng yě” presenterà una serie di opere estremamente recenti, di piccole e medie dimensioni, realizzate a tecnica mista su carta e su tela. Filippo Rizzonelli ha un approccio liquido al vivere e all’abitare. Paradossalmente – data l’origine del suo compagno di viaggio – è più lui a prendere sul serio la massima del Grande Timoniere: “bisogna essere come pesci nell’acqua”. Conscio dei radicali e urgenti cambiamenti di cui la nostra società necessita, considera la pittura come un mezzo per rifuggire all’imbruttimento – di prassi e di pensiero – e all’omologazione imposti dalla tecnica del capitalismo contemporaneo. L’immaginazione creativa come una forma di attiva resistenza alla perversa pervasività dell’interregno in cui viviamo. La ricerca della bellezza intesa in quanto antidoto, elisir di buona vita.

Le delicate giustapposizioni e gli acidi contrasti tonali, l’elaborazione di raffinati scenari naturali, solo apparentemente de-antropizzati, ed i silvestri giochi intrattenuti tanto con le sfuggenti e mitiche ninfe quanto con elementi attinti alla fonte del proprio vissuto personale, intendono trasportare chi osserva l’opera – sia esso un fruitore terzo o il suo primo creatore – in uno spazio-tempo costituito da un altrove presente nel qui e nell’ora. Un ossimoro pertanto, al contempo fattuale, concettuale e visivo. Ecco che la pittura, in tale prospettiva, è un media denso, pregno e fecondo di significati, che travalica la propria condizione materiale (qualche ricco pigmento spennellato su di effimeri supporti) per approdare in un mondo che si nutre e riproduce attraverso inalienabili alterità. É una funzione alchemica – dialettica, apotropaica ed ecologica – ciò che l’artista evoca e a cui allude: “il nostro oro non è quello volgare”. Il sudore sulla fronte è nobile quanto le lacrime. Il pelo strigliato dal vento sussurra al pari delle chiome degli alberi. Un amplesso, consumato in riva a un gelido fiume, equivale a una vita di tentativi e sentieri imboccati.

A torto o a ragione, pertanto, non possiamo che nutrirci dei nostri desideri.


Figure senza nome (Maschere)

Andrea Fogli

Dal 7 Dicembre 2024 al 15 Febbraio 2025

Gallerie Riunite ospita la mostra personale “Figure senza nome (Maschere)” di Andrea Fogli dal 7 Dicembre 2024 al 15 Febbraio 2025.

Contestualmente si svolge la mostra antologica “7 Atlanti” a cura di Stefano Chiodi, organizzata dalla Azienda Palaexpo, presso il Mattatoio di Roma, (4 dicembre 2024 – 2 febbraio 2025), catalogo Quodlibet, a cura di Stefano Chiodi, con testi di Giorgio Agamben, Jan Hoet, Denis Isaia, Marta Ragozzino, Carla Subrizi, Tommaso Trini e Peter Weiermair.

In galleria a Napoli saranno esposte otto sculture inedite in terracotta del 2022, 14 disegni in polvere di grafite del 2020 e due cartoline del 2021.
Per descrivere il lavoro in esposizione di Andrea Fogli, riportiamo di seguito alcuni estratti del testo di Lorenzo Fiorucci pubblicato nel catalogo “Figure senza nome (2020 –2022)” e una riflessione dell’artista:
“Se è vero che la mente vede solo ciò che sa, o che riconosce, nelle opere di Andrea Fogli l’esercizio artistico si trasforma in un vero e proprio laboratorio della psiche. […] Fogli sembra interrogarsi sul confine tra l’apparizione e la realtà, tra il vero e l’illusorio, tra la mente e la materia, lasciando a quest’ultima il carico, ma anche la libertà, di offrire le proprie illogiche suggestioni che vanno ad accompagnare le solide certezze dell’artista. […] Già da molti anni, infatti, la ricerca di Andrea Fogli, si muove funambolicamente verso un punto di equilibrio che oscilla tra la preponderanza materica e la rivelazione figurale. Non certamente una figuratività che sottende una mimesi, intesa come ripetizione di limiti formali, ma proprio l’inverso, e cioè l’abbattimento dei limiti attraverso l’estrema valorizzazione della forza della materia nel suo divenire. […] Fogli, attraverso queste rivelazioni plastiche, sembra mettere in scena una sorta di rinascenza, una genesi primordiale, che dalla terra conduce alla forma dell’uomo. Sono figure senza passato senza storia, ma libere di “fiorire” come meglio potranno. A queste sculture plastiche egli alterna alcuni disegni dove sedimenta il segno, anche qui rivelatore, di un altrove, un dettaglio, un volto, uno sguardo che dalla pagina gradualmente si svela.
Segno e materia, disegno e scultura condotti con stesso intuito e medesima freschezza, ma sempre senza individuare o ritrarre un soggetto, aspettando che questo compaia dai rivoli di un segno o dalle pieghe dell’argilla.”
Figure senza nome

“…. ‘piccola sfinge assorta’, ‘piccola sfinge con la lingua di fuori’,
‘figura che porta una maschera’… ma in realtà, per lo più, figure senza nome.
Sono delle piccole figure che ho tenuto in mano e modellato nei giorni scorsi usando i frammenti secchi di creta che erano rimasti sparsi sul pavimento dopo aver svuotato le sculture più grandi. Terra secca, polvere d’argilla, che sarebbe finita nella discarica, ma che era viva, visto che con un poco d’acqua ritornata morbida e umida, e in qualche modo anche animata.
A volte è bastato davvero poco, la pressione e il movimento cieco delle mani che inglobavano i piccoli frammenti d’argilla secca e l’acqua, involontari segni e impronte, rilievi, ombre, e
ogni volta una diversa figura si affacciava, dal paese dei senza nome.”
Andrea Fogli


Monotipi e Vetri

Tristano di Robilant

Dal 03 Ottobre al 30 Novembre 2024

Siamo lieti di presentare in galleria la mostra personale “Monotipi e vetri”, di Tristano di Robilant. In occasione di questa sua terza mostra a Napoli, l’artista proporrà cinque sculture in vetro ed otto monotipi su carta.

Le sculture realizzate in collaborazione con il maestro vetraio Andrea Zilio presso la fornace l’Anfora a Murano, sono il risultato del sodalizio tra l’artista e il maestro vetraio, che prosegue dal 2005. Le sue opere grazie alla trasparenza del vetro, mettono in un sapiente equilibrio, forme luce e colore, rimandando ad arcaismi, se pur fortemente contemporanei. Forme prive di irregolarità, esaltate dai colori e dalla trasparenza della materia, prendono nome da un vasto archivio di influenze letterarie, filosofiche e storiche. Ad accompagnare i vetri, saranno esposti una serie di monotipi realizzati a Verona con la collaborazione della stamperia d’arte Belardinelli. I monotipi, che in alcuni casi sembrano studi delle sculture e in altri evocazioni di paesaggi immaginari, sono realizzati con colori ad olio su carta. L’immagine viene inizialmente dipinta e lavorata su una lastra in plexiglas. Dopodiché la lastra viene passata attraverso il torchio e pressata su un foglio di carta. I lavori non sono un’edizione, sono lavori unici per questo il nome: monotipi. Anche in queste opere si avverte la suggestione della trasparenza e della fluidità del vetro.


CROMA

Eliel David Martínez Julián

Dal 16 Maggio al 12 Luglio 2024

Gallerie Riunite ha il piacere di annunciare che il 16 Maggio 2024 verrà inaugurata la mostra “CROMA” del giovane artista messicano Eliel David Martínez Julián.

La mostra è accompagnata da un testo di Lucrezia Odorici e gode del patrocinio dell’Ambasciata del Messico e del Consolato del Messico a Napoli.

Sarà visitabile fino al 12 Luglio 2024.

“Il semplice guardare una cosa non ci permette di progredire. Ogni guardare si muta in un considerare, ogni considerare in un riflettere, ogni riflettere in un congiungere.

Le Gallerie Riunite presentano CROMA, un’esposizione personale di Eliel David Pérez Martínez con parte della più recente produzione pittorica realizzata nel suo studio di Città del Messico. La mostra ci propone l’incontro fra due realtà, il Messico terra d’origine e Venezia dove si è formato, attraverso le tonalità vive nei dipinti dell’artista.

Il lavoro di Martínez si presenta con pattern in festa, dove a volte sembra riconoscere la fantasia di un tessuto o una texture particolare. Ad un primo sguardo, le campiture dai colori vivi sembrano formare dei mondi astratti sulla superficie, una stratificazione di segni che interagiscono tra loro. Gli elementi dipinti sono vari, multiformi, ognuno con una propria identità. Alcuni sembrano incerti, altri più decisi e dai contorni netti. Tondi e morbidi o serpeggianti come un fulmine. Attraverso un gioco di bilanciamenti tra chiari e scuri, Martínez crea nuovi spazi e profondità. Delle composizioni sembrano ricordare una foresta pluviale, altre un fiume.

L’intera natura si rivela attraverso il colore.

Goethe ci insegna che è anche l’oscurità l’elemento fondamentale per conoscere il mondo visibile. Allora proviamo a chiudere gli occhi e pensare ad un vaso di fiori. Che ci siano rose, tulipani, il vaso alto o basso, lo stiamo vedendo, è davanti a noi nonostante l’assenza di luce e l’oggetto stesso. Anche nei dipinti di Martínez convergono degli opposti, un’antitesi, due luoghi temporalmente e geograficamente distanti: gli anni dell’adolescenza nella sua terra natia e gli anni di formazione passati nella laguna di Venezia.

Il Messico caotico, retto da più sistemi e privo di una purezza, si incontra con Venezia, città salmastra, d’inverno avvolta nella nebbia fitta che i primi raggi del sole la illuminano esaltandone la precisione idilliaca. Queste terre opposte per colori e peculiarità, non si mescolano nei dipinti dell’artista, mantengono ognuna la propria forte identità andando a dialogare in modo armonico con l’altra con un nuovo linguaggio pittorico, attraverso le tonalità che più le rappresentano producendo una nuova immagine. Come un’operazione di taglia e cuci, l’artista genera un connubio tra le sue realtà, quella Latino-americana e quella Europea, creando una nuova narrazione.”

(Testo di Lucrezia Odorici)


PINGA’S UNIVERSE – Magigonie

Pierre-Yves Le Duc

Dal 22 Febbraio al 03 Maggio 2024

Gallerie Riunite ha il piacere di comunicare che il 22 febbraio 2024 verrà inaugurata la mostra Pinga’s Universe – Magigonie di Pierre-Yves Le Duc; un progetto inedito dell’artista presentato a Napoli per la prima volta.

Il lavoro di Le Duc consiste in una serie di collages costituiti da fotografie d’epoca di Napoli e Capri accostate sapientemente ai suoi schizzi ad inchiostro, a costituire un unicum tra fotografia e disegno, creando nuove visioni di luoghi, sospesi tra realtà e immaginazione. In mostra saranno presentati cento lavori su Capri e venti su Napoli.

Il titolo Magigonie è un neologismo coniato da Pierre-Yves Le Duc: “un collage per tentare di andare oltre la realtà visibile, non per indagare sulla magia dell’arte, ma sull’arte della magia artistica”.

Il progetto prende corpo da una ricerca che dura già da 10 anni. “In pratica cerco di farmi complice del caos, della casualità, navigando senza remi né vele alla ricerca di mondi paralleli, inaspettati. […] C’è alla base una osservazione acuta di ogni particolare della foto e del mare di schizzi. Ma anche un immaginare mondi fuori dall’inquadratura della foto, alla quale seguono lunghe passeggiate, fotografia alla mano, alla ricerca di sorprese nel caos dei segni d’inchiostro.” (cit. Pierre-Yves Le Duc).

La mostra sarà accompagnata da un catalogo con i testi di Pierre-Yves Le Duc, Barbara Crespigni, Sandra Sannia e Alfredo de Dominicis, edito da Editoriale Scientifico e con il progetto grafico di Paolo Altieri Associati.

Di seguito, riportiamo alcuni stralci dei testi del catalogo:

“Succede che una brezza, un paesaggio, un colore possano determinare opere originali; oppure che l’origine della creatività si celi nel cuore stesso dell’opera. […]

Avviene così che Pierre-Yves Le Duc inizi una serie denominata “Magigonie”, un universo fantastico in cui ad una cartolina d’epoca di un paesaggio italiano si abbina un disegno libero, risultato non voluto di una pratica quasi ossessiva con la china. La magia sorge da sola, poiché i soggetti in bianco e nero vengono diretti verso lidi insoliti, sono raddoppiati dall’inchiostro nero, sorge un proseguimento, una forma sognante in cui ravvedere ciò che la fantasia dello spettatore riesce a immaginare[…]  Si tratta di una magia, della magia del lavoro, del mistero dell’arte. […]   Una forma, un pezzo di un disegno non voluto sembra un pianeta, un altro una tempesta solare, poi si vede un alieno e così via in un universo di presenze stellari e lontane; tutto questo prende forma e si posiziona poco a poco vicino alle cartoline, come se fosse un mondo che incombe, presente nel quotidiano, tra baie e castelli, sul Vesuvio e altrove”

(cit. Barbara Crespigni)

“L’artista sembra suggerirci che il meccanismo del mondo è unico e il compito dell’arte è di creare associazioni libere capaci di dar vita a nuovi significati per interpretare l’universo; una sorta di teofania che ci rivela l’aspetto imponderabile della realtà”.

(Cit. Sandra Sannia)

“In Pinga’s Universe, Pierre-Yves Le Duc fa specchiare l’ordine con il caos, il noto con l’ignoto. Si susseguono, in modo ripetitivo, due mondi, due visioni. Da una parte il Mondo che conosciamo, una serie di cartoline che riproducono luoghi tra i più iconici e conosciuti al mondo, dall’altro un Mondo primordiale; o forse, al contrario, un Mondo futuro, post-umano. [..]

Oppure, si ha la sensazione, la suggestione di trovarsi al cospetto di qualcos’altro ancora. Di una magia, o meglio di un incantesimo degno di una favola.”

(Cit. Alfredo de Dominicis)

Foto: Roberto Della Noce


Messages

Marco Acri

Dal 05 Dicembre 2023 al 02 Febbraio 2024

È strano pensare come il primo quadro mai dipinto da Marco Acri sia interamente basato sul “lettering”, ossia sulla parola scritta. Un adolescente in un’afosa giornata estiva va a zonzo in motorino per la città e a bordo strada nota l’insegna di un’officina con iscrizioni dipinte a mano. Una visione fugace, un soggetto all’apparenza banale, ma che gli rimane per sempre impresso nella memoria, tanto che riappare insieme all’esigenza di riprodurla: inizia così la storia di Acri con la pittura. Volutamente sbavata, spinta dentro scompostamente a non fuoriuscire dai bordi, in Ditta Nocerino (2004) la composizione ricalca le irregolarità delle scritte sul cartello, in un approccio che definiremmo iperrealistico.

Ma la pittura di Acri è non tanto il tentativo di riprodurre la realtà così come la vediamo – ammesso che esista una percezione oggettiva della visione, e ammesso che ad Acri interessi – quanto il desiderio di cogliere la profondità abissale di un guizzo passeggero, l’eternità di un movimento nella memoria, un fermo immagine sull’universalità di un’epifania, che tuttavia può essere alla portata di tutti, nel quotidiano, purché qualcuno ci ricordi di farlo – magari lasciandoci un messaggio in codice, o su un post-it.

È strano, si diceva poc’anzi, che Acri parta dalla parola scritta e arrivi a spogliarla fino al segno; ma, a ben guardare, forse siamo di fronte a una metamorfosi spontanea nella strutturazione di un suo proprio alfabeto visivo. La personale Messages presenta due esempi, diversi e complementari, della ricerca pittorica finora intrapresa da Acri: sei tele di medio formato della serie “Hidden Message” e due quadri di piccolo formato della serie “Don’t call it post-it”. Nelle sue opere, la razionale impronta architettonica e la conoscenza sapiente delle forme e degli equilibri spaziali si dispiegano secondo una marcata, rigorosa e pulita verticalità, convivendo armoniosamente con impulsi che tendono, e devono molto, alla poesia visiva.

Nella serie “Hidden Message” (2018 – in corso), sottili linee disposte l’una di seguito all’altra in file ordinate celano un alfabeto, le cui lettere sono decifrabili solo grazie al colore. Se nella censura, le linee, solitamente nere, vengono utilizzate per elidere parti di testo, qui le linee colorate rivelano un messaggio nascoso, richiamando la funzione delle “cancellature” di Emilio Isgrò, che offrono un processo costruttivo e aprono significati attraverso apparenti sottrazioni.

In occasione della mostra, Acri stratifica le chiavi interpretative della sua ricerca espressiva attraverso i nuovi media, esortando a spingersi al di là delle abitudini e adottando uno spirito ludico nel relazionarsi con i suoi lavori. Incoraggia, così, all’utilizzo di Instagram nell’interazione attraverso i filtri creati ad hoc per decifrare il messaggio.

Con “Don’t call it Post-it” (2005 – in corso), invece, frammenta concetti e immagini in una griglia, semplificando il soggetto come un singolo pixel. I dipinti, realizzati su cartoncini quadrati meticolosamente tagliati a mano dall’artista, trasmettono idee attraverso colori e forme, giocando sull’illusione che siano effettivamente Post-it. Il soggetto, pur nella sua estrema astrazione, è anche simbolico; una lieve interferenza nella quiete apparente della superficie, sia essa una nuvola nel cielo o una boa che macchia l’azzurro del mare. Forse, però, sono proprio le stesse a offrire un aiuto: un’ombra alla quale ripararsi, un appiglio per mettersi in salvo.

I dipinti di Acri non sono solo raffinati e piacevoli da guardare; c’è di più per chi si avventura oltre la superficie; per andare oltre, forse c’è davvero bisogno di un’interferenza, di un glitch che

faccia aprire gli occhi. Se da un lato esortano ad un libero e ironico “disengagement”, offrono al contempo dei brevi quanto onesti “reminder”, a seguire i propri sogni, ad amare sé stessi, a serbare il ricordo speciale delle “prime volte”, a far tesoro di quelle piccole cose e sensazioni che rendono l’ordinario straordinario. In fondo, “It’s all about how you look at it”.

Testo critico di Valeria Bevilacqua

Foto: Paolo Vitale